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di
Roberto Mette
Ultimamente si fa un gran
parlare sulla questione della lingua sarda. Ciò è estremamente positivo, ma il
tanto discutere ha creato un eccessivo ottimismo sul completo recupero dell’idioma
sardo, ottimismo del tutto fuori luogo per svariati motivi.
Innanzitutto l’introduzione della “limba” nelle
scuole, di cui si parla in toni trionfalistici, non c’è stata in maniera massiccia, e
laddove invece c’è stata,
si è sempre trattato di un insegnamento superficiale, discontinuo, e messo in
pratica in
maniera tutt’altro che scientifica, il più delle volte in modo volutamente
folkloristico.
Inoltre ci
sono due aspetti della lingua sarda attuale che non sono indicatori di una sua
buona salute. Il primo aspetto è il fatto che la lingua sarda ha perso quasi
del tutto la capacità di coniare nuovi termini che esprimano concetti e oggetti
del mondo moderno; l’altro è il fatto che più passa il tempo e più si perde
l’uso di parole e modi di dire originari, sostituiti da termini e espressioni
estrapolate dall’italiano. Quest’ultimo aspetto pareva fosse esclusiva
prerogativa dei giovani, i quali molto spesso non conoscono le parole più
antiche e meno usate del sardo. Invece pare che oggi sia una caratteristica incredibilmente
diffusa tra le persone adulte, soprattutto se di livello culturale medio-alto.
Il fatto che
la lingua sarda sia oramai una lingua statica è pacifico, e tale circostanza
non offre purtroppo grandi spunti di ottimismo. Sono lontani infatti i tempi in
cui ogni parola estranea veniva fagocitata dal sardo e rimodulata secondo le
caratteristiche del nostro parlare. Mi viene in mente “bicicletta” che il sardo
trasformava in “briciketta”, “motorino” che diventava “motedda”, “finestrino”
che cambiava in “balconittu” e via dicendo. Oggi non succede più, si preferisce
optare per la soluzione più facile, ossia impiegare direttamente il vocabolo
italiano. Ultimamente ho sentito un signore di Ozieri usare la parola sarda “beste”
per indicare la custodia del telefono cellulare: è però un caso isolato, tutti
oramai usano il termine “custodia”. Questa creazione di termini nuovi
partendo da similitudini e impiegando parole già esistenti dandogli un
significato figurato (in senso figurato la custodia di un cellulare non è che
la sua “veste”!) è considerata da molti una forzatura, un sintomo di povertà
lessicale. A mio avviso è tutto il contrario, basti pensare al lessico notevole
di cui dispone la lingua italiana, forse la lingua che più al mondo fa uso di
similitudini e accostamenti figurativi, fino ad arrivare all’eccesso che alcune
parole sono oramai conosciute nel loro significato figurato e non più in quello
autentico. Penso ad esempio al termine “racimolare”: ben pochi sanno che
in origine significava raccogliere racemi (ciò che in sardo si esprime con “iskaluzare”);
al termine “zizzania” che per tutti è sinonimo di “discordia”, mentre
invece è un’erba che si insinua tra le viti; o al termine “mortificare”
che si usa in senso figurato per indicare l’atto di offendere, vituperare, ma
il cui significato autentico e ormai in disuso è quello di ridurre in fin di
vita. Altro che povertà lessicale! Sarebbe bello che il sardo riuscisse ancora
a creare parole che rispecchiano i tempi moderni usando similitudini e sensi figurati.
Purtroppo invece si avverte una staticità disarmante.
Il secondo
indicatore negativo - il più preoccupante - è quello relativo all’impiego di
una moltitudine di parole e modi di dire italiani nell’uso della lingua sarda,
e come ho detto, è grave che questa sia una caratteristica di molte persone
acculturate. Ho sentito dire, anche in trasmissioni televisive: “leare su
sopravvento”, “pro cantu concernede”, “ kenza soluzione de
continuidade”, “su massimu riserbu”, “ass’ennesima potenza”
e altri obbrobri simili, in massima parte opera di intellettuali,
professori, personalità dell’arte e della cultura. A confronto con tali
espressioni, i piccoli difetti che caratterizzano il sardo dei giovani sono
peccati veniali. Eppure esistono tantissimi modi di dire in sardo che possono
sostituire queste ridicole espressioni: l’italiano “prendere il sopravvento”
si può esprimere in sardo come “leare fua” o “leare manu”; “senza soluzione di continuità” si
esprime facilmente con “kenza fine” o con l’aggettivo “isvilidu/a”
e così via. Il fenomeno in questione si manifesta in tutte le varianti del
sardo, anche in gallurese, e in quest’ ultimo caso spesso è stato
strumentalizzato al fine di dimostrare l’estraneità di tale parlata dal
contesto sardo e la sua assimilazione al contesto linguistico italiano. Ma tale
strumentalizzazione non regge per due ovvi motivi: innanzitutto, non sembra
verosimile che i galluresi di uno o due secoli fa usassero espressioni tipo “pa
cantu rigualda” o “una condizioni di assoluta indigenza” o “a
suscitatu un nutevoli interessi”, come ho sentito dire oggigiorno, e dunque
queste ultime sono bruttissime infiltrazioni italiane, non certo espressioni
tipiche galluresi; inoltre pare insensato considerare come italiana e non sarda
una parlata in cui si dice “sculivitti” per “sculaccioni” (in
logudorese “isculivittas”), “fraili” per “fucina” (in
logudorese “fraile”), “mastru di l’ascia” per “falegname”
(in Logudoro “mastru de ascia”), “kitzu” per “presto”
(logudorese “kitto”), e se volessi continuare riempirei decine e decine
di pagine!
Tornando al
problema di fondo, mi pare che l’eccessivo uso di termini italiani nel parlare
in limba sia un atto che snatura pericolosamente l’essenza del sardo stesso.
Ciò si manifesta non solo nei modi di dire ma anche nell’uso di aggettivi e
avverbi, rendendo ancora più povero il lessico sardo. Partiamo dagli aggettivi:
si sente spesso dire da chi parla il sardo parole come “annanta” per “aggiunta”,
“beranu” per “primavera”, ma quando poi si tratta di usare parole
derivate come “aggiuntivo” o “primaverile” si impiegano
direttamente le parole italiane. Non
sarebbe meglio coniare nuove parole che derivino dai sostantivi? Così “aggiuntivo”
si portebbe esprimere con “annantivu” o “annantinu” (da “annanta”)
come “primaverile” sarebbe “beraninu”
(da “beranu”). Passando agli avverbi, si nota che i discorsi in limba
dei tempi nostri vengono ampiamente “conditi” con termini mutuati in misura
eccessiva dall’italiano, come “improvvisamente”, “soprattutto”, “casualmente”,
“specialmente”, “continuamente” eccetera. E sembra che ciò sia
inevitabile, vista la caratteristica dell’essenzialità che è tipica del
linguaggio sardo. In realtà non è così: se riflettiamo un po’ ci accorgiamo che
in sardo esisto termini o modi di dire che corrispondono a quasi tutti gli
avverbi della lingua italiana. Attenendoci a quelli sopra esposti: “improvvisamente”
in sardo è “tott’in d’unu”, “soprattutto” è “massimu” o “massimamente”,
“casualmente” pare da mie ricerche (anche se nessun vocabolario lo conferma)
che sia “acobore”, “specialmente” è “mascamente”, “continuamente”
è “a tott’ora” o “arreu”, e
andando oltre si trovano termini sardi per “contemporaneamente”
(“in su matessi tempus”), “volutamente” (“kin iscopu”),
“inutilmente” (“debbadas”), “temporaneamente” (“pro como”), così all’infinito. Anche le esclamazioni
seguono lo stesso trend: non si sente più dire “mancabbai!” o “Deu lu
kelfad!” ma il più facile “magari!”, non più “ted’essere!” ma
il più immediato “sarà!” , e certe frasi cominciano con “quindi”
invece che con “duncas”.
Questa non è
una crociata contro l’italiano, ma poichè sarà inevitabile fare riferimento a
un gran numero di vocaboli italiani (oltre che greci antichi, inglesi, e così
via) per colmare le lacune lessicali del sardo, bisogna fare in modo che ciò
avvenga solo nei casi in cui è davvero impossibile trovare un’espressione sarda
esistente o derivata. Se invece si farà uso massiccio di parole italiane, anche
in sostituzione di quelle sarde, la nostra lingua si trasformerà inevitabilmente
in un dialetto italiano.
Un ultimissimo aspetto che avvalora il mio
pessimismo: l’atteggiamento già collaudato da “DIVIDI ET IMPERA” di chi mette
uno contro l’altro i sardi che parlano le diverse varianti della nostra lingua.
E’ un falso problema, ma ha un ottima presa sul popolo, è sarà determinante in
negativo.
Naturalmente,
spero, per l’ammirazione che ho per la mia lingua, che tutte gli aspetti
sottolineati siano in tempi brevi smentiti dai fatti, affinché il nostro idioma
millenario continui a essere ancora per lungo tempo la lingua madre dei sardi.
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